Fascia di rispetto cimiteriale: nozione di "centro abitato"

Con sentenza 23 maggio 2017, n. 329, il T.A.R. del Lazio, sezione di Latina, interviene in tema di vincolo cimiteriale, affermando che la fascia di rispetto prevista dall'art. 338 del R.D. n. 1265/1934 deve essere osservata non solo nei confronti del centro abitato (come letteralmente previsto dalla norma), ossia di aggregati di abitazioni, ma anche nei confronti di singole abitazioni, in coerenza con la ratio  della norma, che è quella di tutelare la salute delle persone insediate in prossimità di cimiteri.

La questione portata all'esame del T.A.R. di Latina riguarda il progetto di ampliamento del cimitero comunale, che avrebbe avvicinato l'area cimiteriale a circa 28 m. di distanza dall'abitazione della ricorrente.

Da un lato, quindi, la ricorrente deduce:

  • che l'art. 338 del R.D. n. 1265/1934 impone per i cimiteri la distanza minima di 200 m. dai centri abitati, salva la possibilità che il Consiglio comunale approvi la costruzione di nuovi cimiteri o l'ampliamento di quelli già esistenti ad una distanza inferiore a 200 m. dal centro abitato, purché non oltre il limite di 50 m.;
  • che il cimitero esistente si trova già a distanza inferiore di 50 m. dalla sua abitazione e che il previsto ampliamento ridurrebbe ancora di più tale distanza;
  • che i limiti di cui all'art. 338 sono posti a tutela di esigenze igienico-sanitarie e sono perciò inderogabili.

Il Comune, dal canto suo, replica che:

  • l'art. 338 prevede che le distanze devono essere rispettate in relazione ai “centri abitati”;
  • nel caso di specie non si è in presenza di un centro abitato, bensì di “case sparse”, ossia non rientranti nel centro abitato;
  • le limitazioni all'edificazione all'interno della fascia di rispetto si riferiscono alla sola edificazione privata;
  • il fatto che l'edificio della ricorrente rientri nella perimetrazione del “centro abitato” effettuata ai fini dell'applicazione del Codice della strada non rileva ai fini del rispetto della fascia di rispetto cimiteriale.

Il T.A.R. adito, riconosciuto che “la principale questione giuridica da risolvere consiste quindi nello stabilire cosa debba intendersi per 'centro abitato' ai fini dell'articolo 338”, affronta il problema nei seguenti termini:

  • in primo luogo, rilevando che nell'ordinamento non esiste una generale definizione di “centro abitato” e che la definizione contenuta nel Codice della strada (art. 3, n. 8) vale solo ai fini dell'applicazione delle disposizioni di quest'ultimo; 
  • in secondo luogo, constatando che all'interno del Testo unico delle leggi sanitarie si fa uso di varie espressioni per indicare le abitazioni o gli agglomerati di abitazioni al fine di prevedere distanze minime da attività o infrastrutture nocive per la salute e l'igiene (distanza dalle “abitazioni” per le “lavorazioni insalubri”, art. 216; distanza “dagli aggregati e abitazioni e dalle case sparse” per le coltivazioni di riso, art. 205);
  • in terzo luogo, rilevando che le disposizioni di cui agli artt. 205, 216 e 338 hanno una matrice unitaria, dato che in primo luogo tutelano igiene e salute pubblica; 
  • in quarto luogo deducendo che, muovendo dal predetto presupposto, “appare chiaro che l'uso delle espressioni 'centro abitato', 'abitazioni', 'aggregati', 'case sparse' non ha carattere tecnico ma risponde semplicemente alla esigenza di designare, in coerenza con la ratio delle disposizioni citate, che è quella di proteggere la salute delle persone insediate, qualsiasi abitazione o aggregazione di abitazioni”.

Di qui la conclusione (conforme a T.A.R. Umbria, 25 giugno 2012, n. 248) per cui “la distanza di 200 metri o di 50 metri deve essere osservata non solo nei confronti di aggregati di abitazioni ma anche di singole abitazioni”, con conseguente accoglimento del ricorso, vero che se scopo della norma è tutelare la salute delle persone, non v'è ragione per distinguere tra gruppi di case e case singole.  

Infine, osserva il Collegio, se si dovesse ritenere che la disposizione dell'articolo 338 debba riferirsi alle sole aggregazioni di case, la conseguenza sarebbe di consentire in modo pressoché generalizzato la riduzione della fascia di rispetto, dal momento che è difficilmente ipotizzabile l'esistenza di aggregazioni di case all'interno della fascia di rispetto: la previsione di una fascia di rispetto di 200 m. comporta di fatto che all'interno di essa possa esistere soltanto un'edificazione di carattere residuale, che il più delle volte si risolverà in “case sparse”, che meritano comunque, per le ragioni anzidette, la stessa tutela degli aggregati di abitazioni. 

Il testo integrale della sentenza 23 maggio 2017, n. 329, del T.A.R. Lazio, Latina, è disponibile sul sito della Giustizia Amministrativa a questo link.

Formazione: incontro dedicato alle modifiche alla l.r. 31/2014 in tema di riduzione del consumo di suolo

Data: 6 luglio 2017
Orario: ore 15,00 / 17,00
Luogo: Studio legale Spallino, via Volta 66, Como

Oggetto dell'incontro:

  • lo studio organizza un incontro dedicato alle modifiche alla L.R. n. 31/2014 in tema di riduzione del consumo di suolo, approvate approvate con Legge Regionale 26 maggio 2017 , n. 16 Modifiche all'articolo 5 della legge regionale 28 novembre 2014, n. 31 (Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo e per la riqualificazione del suolo degradato) (BURL n. 22, suppl. del 30 maggio 2017)

Info:

  • l'incontro si terrà giovedì 6 luglio 2017 presso lo studio legale Spallino (Como, via Volta 66).  
  • I posti disponibili sono limitati. Per i soggetti non clienti dello studio, verrà utilizzato un criterio di preferenza cronologica. La preferenza all'iscrizione verrà data ai clienti dello studio. Lo studio si riserva di spostare la sede dell'incontro in ragione delle richieste. 

Iscrizioni:

  • la partecipazione all'incontro è gratuita. È necessario iscriversi scrivendo alla casella di posta elettronica l.spallino @ studiospallino.it [gli spazi vuoti prima e dopo @ vanno eliminati], specificando: nominativo; indirizzo; ente di appartenenza o studio professionale.

Consumo di suolo: il testo della L.R. Lombardia n 31/2014 come modificato dal Consiglio Regionale il 23.05.2017

Nella seduta del 23 maggio 2017 il consiglio Regionale della Lombardia ha approvato il testo della legge consiglio regionale n. 157, portante modifiche alla Legge Regionale 28 novembre 2014, n. 31 Disposizioni per la riduzione del consumo di suolo e la riqualificazione del suolo degradato (B.U.R.L. n. 49 dell'1 dicembre 2014).

All'indirizzo http://www.studiospallino.it/materiali/legge_31_2014_novella_2017.htm è disponibile il testo della  L.R. 31/2014 come modificato dal Consiglio Regionale nella seduta del  23 maggio 2017.

Il testo non ha carattere di ufficialità.

Recupero seminterrati in Lombardia: slide incontro 19.05.2017

Presentazione della Legge regionale 10 marzo 2017, n. 7 Recupero dei vani e locali seminterrati esistenti (B.U.R.L. 13 marzo 2017, n. 11) -

Slide incontro Autorizzazione paesaggistica semplificata e recupero dei vani e locali seminterrati esistenti del 19 maggio 2017

Autore: avv. Fabrizio Donegani

Data pubblicazione: 20/05/2017

Formato file: slide .ppt

Link: http://www.studiospallino.it/materiali/seminterrati_Lombardia_%202017.htm

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Nuova autorizzazione paesaggistica semplificata: slide incontro 19.05.2017

Il nuovo procedimento per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica semplifcata secondo il Regolamento recante individuazione degli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica o sottoposti a procedura autorizzatoria semplificata, approvato con D.P.R. 13 febbraio 2017, n. 31 (G.U. 22 marzo 2017, n. 68)

Slide incontro Autorizzazione paesaggistica semplificata e recupero dei vani e locali seminterrati esistenti del 19 maggio 2017

Autore: avv. Alice Galbiati

Data pubblicazione: 20/05/2017

Formato file: slide .ppt

Link: http://www.studiospallino.it/materiali/autorizzazione_paesaggistica_semplificata_2017.htm

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Obbligo di bonifica di aree inquinate: non può essere addossato al proprietario incolpevole.

Con sentenza n. 541 del 10 aprile 2017 il TAR Toscana conferma il principio secondo cui l’obbligo di bonifica o di messa in sicurezza ex D.Lgs. 152/2006 non può essere addossato al proprietario incolpevole, ove manchi ogni sua responsabilità, non potendo essere desunto dalla previsione dell’art. 2051 c.c., che regolamenta la responsabilità civile del custode.

In tema di bonifica di aree inquinate il D.Lgs. 152/2006 prevede agli articoli 240 e segg. che l’obbligo di effettuare gli interventi di recupero ambientale, anche di carattere emergenziale, sia addossato al responsabile dell’inquinamento, che potrebbe benissimo non coincidere con il proprietario ovvero il gestore dell’area interessata.

A carico del proprietario dell’area inquinata, che non sia qualificabile come responsabile dell’inquinamento, non incombe alcun obbligo di porre in essere gli interventi in questione, ma solo la facoltà di eseguirli per mantenere l’area interessata libera da pesi.

Dal combinato disposto degli artt. 244, 250 e 253 del Codice ambiente si ricava infatti che, nell’ipotesi di mancata esecuzione degli interventi ambientali in esame da parte del responsabile dell’inquinamento, ovvero di mancata individuazione dello stesso – e sempreché non provvedano né il proprietario del sito, né altri soggetti interessati – le opere di recupero ambientale sono eseguite dalla P.A. competente, che potrà rivalersi sul soggetto responsabile nei limiti del valore dell’area bonificata, anche esercitando, ove la rivalsa non vada a buon fine, le garanzie gravanti sul terreno oggetti dei medesimi interventi.

L’obbligo di procedere alla bonifica dell’area non potrebbe - qui il punto della decisione commentata -  essere desunto dall’applicazione della previsione dell’art. 2051 c.c.

A prescindere, infatti, da ogni considerazione relativa all’aspetto temporale della problematica (che richiederebbe l’accertamento della qualità di custode dell’area al momento dell’inquinamento e non in un periodo di tempo di molto successivo, come avvenuto nel caso di specie),
deve, infatti, rilevarsi come si tratti di un criterio che si presenta in contraddizione con i precisi criteri di imputazione degli obblighi di bonifica previsti dagli artt. 240 e ss. e 252-bis, 2° comma del d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152.  In buona sostanza, si tratta pertanto di una disciplina esaustiva della problematica che non può certo essere integrata dalla sovrapposizione di principi (come quello previsto dall’art. 2051 c.c.) desunti da diversa normativa e che determinerebbero la sostanziale alterazione di un contenuto normativo improntato a ben diversi principi” (T.A.R. Toscana, sez. II, 19 ottobre 2012 n. 1659, 1664 e 1666).

La sentenza TAR Toscana Sez. II n.541 del 10 aprile 2017 è disponibile sul sito della Giustizia Amministrativa a questo indirizzo.

Accertamento di conformità: il deposito dell'istanza non incide sull'ordinanza di demolizione

Con sentenza n. 1667/2017 il Consiglio di Stato conferma il definitivo mutamento di  indirizzo della giurisprudenza amministrativa in tema di effetti dell'istanza di accertamento di conformità (c.d. sanatoria edilizia) rispetto all'ordinanza di demolizione precedentemente assunta, affermando che la prima non pregiudica l'efficacia della seconda limitandosi a sospenderne gli effetti fino alla definizione, espressa o tacita, dell'istanza (id. Cons. Stato Sez. VI, 13/10/2015, n. 4701; Cons. Stato, sez. VI, 2 febbraio 2015, n. 466; T.A.R. Campania Napoli Sez. II, 04/01/2017, n. 96).

La giurisprudenza minoritaria è tuttavia ancora presente. Si veda T.A.R. Puglia Lecce Sez. III, 06/06/2016, n. 909, ad avviso del quale la presentazione dell’istanza di accertamento di conformità ai sensi dell’art. 36 d.p.r. n. 380 del 2001 (T.U. Edilizia) successivamente all’impugnazione dell’ordine di demolizione produce l’effetto di rendere improcedibile l’impugnazione stessa per carenza di interesse: il riesame dell’abusività dell’opera provocato dall’istanza di sanatoria, difatti, determina la necessaria formazione di un nuovo provvedimento, di accoglimento o di rigetto, che vale comunque a rendere inefficace il provvedimento sanzionatorio oggetto dell’originario ricorso.  

La sentenza 10 aprile 2017 n. 1667 del Consiglio di Stato, sezione VI, è disponibile sul sito della Giustizia Amministrativa a questo indirizzo.

Decorso del tempo nell'annullamento del titolo edilizio: la questione all'Adunanza Plenaria.

Con ordinanza n. 1830 del 19 aprile 2017 la sezione quarta del Consiglio di Stato ha rimesso all'Adunanza Plenaria la decisione questione relativa all'interrogativo se l’annullamento di un provvedimento amministrativo illegittimo intervenuto a considerevole distanza di tempo dal provvedimento annullato debba o meno essere motivato a prescindere dal fatto che il comportamento dei privati possa aver determinato o reso possibile il provvedimento illegittimo.

La questione sottoposta all'esame del Consiglio di Stato ha per oggetto il provvedimento di autotutela assunta dall'Amministrazione comunale nei confronti di una concessione edilizia in sanatoria rilasciata sulla scorta di una errata prospettazione dello stato dei luoghi da parte dei proprietari, con conseguente situazione di illegittimità permanente, rispetto alla quale l’interesse pubblico attuale al ripristino della legalità violata risultava in re ipsa.

La sentenza appellata affermava:

  • che l’affidamento riposto dai privati nella legittimità della concessione in sanatoria, invocato nel ricorso, non è degno di tutela in mancanza di buona fede, atteso che la situazione di illegalità è stata creata dai ricorrenti; 
  • che pertanto, l’amministrazione non aveva l’obbligo di verificare se l’interesse al ripristino della legalità violata fosse o meno prevalente sul contrapposto interesse dei privati; né il potere dell’amministrazione di annullamento dell’atto è limitato in ragione del lungo tempo trascorso dal rilascio della concessione illegittima;
  • che il manufatto, in zona di inedificabilità assoluta ai sensi della legge regionale n. 56 del 1980, non avrebbe potuto essere condonato o altrimenti sanato;
  • che nella fattispecie, l’interesse pubblico al ripristino della legalità violata – che negli abusi è in re ipsa e non richiede una particolare motivazione – è prevalente rispetto all’interesse dei ricorrenti al mantenimento del manufatto abusivo, venendo anche in questione valori ambientali d’importanza prevalente secondo il legislatore regionale.

L’appello invoca la violazione dell’art. 21- nonies della legge n. 241 del 1990, introdotto dalla legge n. 15 del 2005, affermando che sulla base di tale disposizione (che individua in 18 mesi il termine ragionevole per l’esercizio dell’autotutela) è richiesto all’amministrazione di valutare in concreto la sussistenza di un interesse pubblico alla eliminazione di un provvedimento illegittimo, diverso dal semplice ristabilimento della legalità violata, anche comparandolo con l’interesse dei destinatari e controinteressati, e, comunque, entro un termine ragionevole, in ragione delle esigenze di certezza delle situazioni giuridiche originate dal provvedimento annullabile in via di autotutela e dell’affidamento sulle stesse riposto dagli interessati, ingenerato dal trascorrere di un apprezzabile lasso temporale.

Preso atto che nella giurisprudenza del Consiglio di Stato appaiono individuabili due contrapposti orientamenti:

  • uno secondo cui secondo cui l’esercizio del potere di annullamento d’ufficio di un titolo edilizio deve rispondere ai requisiti di legittimità codificati nell’articolo 21-nonies cit., consistenti nell'illegittimità originaria del titolo e nell’interesse pubblico concreto ed attuale alla sua rimozione, diverso dal mero ripristino della legalità, comparato con i contrapposti interessi dei privati. Con l’ulteriore canone del termine ragionevole per il legittimo esercizio del potere di autotutela (poi fissato in 18 mesi);
  • l'altro, maggioritario, secondo cui il provvedimento di annullamento di concessione edilizia illegittima è da ritenersi in re ipsa correlato alla necessità di curare l’interesse pubblico concreto ed attuale al ripristino della legalità violata, atteso che il rilascio del titolo edilizio comporta la sussistenza di una permanente situazione contra legem e di conseguenza ingenera nell’amministrazione il potere-dovere di annullare in ogni tempo la concessione illegittimamente assentita;
e che, pertanto, appare emergere un contrasto tra:

  • un recente orientamento che, sulla base dell’art. 21-nonies, cit., e anche in considerazione delle modifiche dello stesso, ritiene necessaria una valutazione dell’interesse pubblico in concreto in rapporto agli interessi dei destinatari (e dei controinteressati) degli originari provvedimenti, in un tempo ragionevole; con la conseguenza che il lungo decorso del tempo agisce a favore dell’affidamento ingenerato nel privato e incide anche sulla valutazione del pubblico interesse in concreto;
  • un orientamento, che sembra maggioritario, il quale, pur nella vigenza del citato articolo, esclude la necessità della valutazione dell’interesse pubblico in concreto, essendo esso insito nella restaurazione della legalità violata, quantomeno, tutte le volte che la illegittimità sia dipesa dalle prospettazioni non veritiere del privato;

la sezione ha ritenuto opportuno deferire il presente ricorso all'esame dell'Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, ai sensi dell'art. 99, co. 1, c.p.a., per la decisione della seguente questione:
“Se, nella vigenza dell’art. 21- nonies, come introdotto dalla legge n. 15 del 2005, l’annullamento di un provvedimento amministrativo illegittimo, sub specie di concessione in sanatoria, intervenuta ad una distanza temporale considerevole dal provvedimento annullato, debba o meno essere motivata in ordine alla sussistenza di un interesse pubblico valutato in concreto in correlazione ai contrapposti interessi dei privati destinatari del provvedimento ampliativo e agli eventuali interessi dei controinteressati, indipendentemente dalla circostanza che il comportamento dei privati possa aver determinato o reso possibile il provvedimento illegittimo, anche in considerazione della valenza – sia pure solo a fini interpretativi – della ulteriore novella apportata al citato articolo, la quale appare richiedere tale valutazione comparativa anche per il provvedimento emesso nel termine di 18 mesi, individuato come ragionevole, e appare consentire un legittimo provvedimento di annullamento successivo solo nel caso di false rappresentazioni accertate con sentenza penale passata in giudicato”.  
Giova ricordare che Ordinanza collegiale n. 1337 del 2017, è stata già sottoposta all’adunanza plenaria la questione
Se l’ordinanza di demolizione di immobile abusivo (nella specie, trasferito mortis causa) debba essere congruamente motivata sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale al ripristino della legalità violata quando il provvedimento sanzionatorio intervenga a una distanza temporale straordinariamente lunga dalla commissione dell’abuso, il titolare attuale non sia responsabile dell’abuso e il trasferimento non denoti intenti elusivi del provvedimento sanzionatorio”.
L'ordinanza 19 aprile 2017 n. 1830 della sezione IV del Consiglio di Stato è disponibile sul sito della Giustizia Amministrativa a questo indirizzo

Consumo di suolo: le proposte di modifica di iniziativa della Giunta della Regione Lombardia

Nella seduta del 3 aprile 2017 la Giunta della Regione Lombardia ha approvato il testo delle proposte di modifica della Legge regionale n. 31/2014 in materia di contenimento di consumo di suolo.

Per quanto il PDL sia calendarizzato in aula per la fine di giugno, è possibile che venga inserito un apposito emendamento di modifica alla L.R. 31/2014 all'interno della legge di semplificazione, la cui approvazione è prevista per metà maggio.

Ricordiamo che a norma dell'art. 5, comma 6, della L.R. 31 il 2 giugno 2017 scadrà il termine di 30 mesi per la presentazione delle istanze di nomina di commissario ad acta ex articolo 14 l.r. 12/2005 relative ai piani attuativi conformi o in variante connessi alle previsioni di PGT vigenti alla data di entrata in vigore della l.r. 31/2014 (link tabella riassuntiva).

Il testo della deliberazione n° X/6443 del 03/04/2017 è disponibile a questo indirizzo.

Parziali difformità: le violazioni entro il 2% sono irrilevanti

Il comma 2 ter dell'art. 34 del D.P.R.n. 380/2001 - a norma del quale "non si ha parziale difformità del titolo abilitativo in presenza di violazioni di altezza, distacchi, cubatura o superficie coperta che non eccedano per singola unità immobiliare il 2 per cento delle misure progettuali" - non contiene una definizione normativa della parziale difformità, ma prevede una franchigia vera e propria. Il che a significare non che ogni violazione eccedente il 2% considerato costituisce difformità totale, ma al contrario che le violazioni contenute entro tale limite sono irrilevanti.

In tal senso si esprime la sezione VI del Consiglio di Stato nella sentenza n. 1481 del 30 marzo 2017 in fattispecie nella quale si trattava di difformità consistenti nell'altezza esterna del fabbricato e interna del piano sottotetto, dovuta - ad avviso della ricorrente - di una copertura del tetto a doppia falda diversa da quella in progetto per la quale era stata presentata istanza per ottenere la sanatoria dell'abuso ai sensi dell'art. 34 T.U. 6 giugno 2001 n.380 e, subordinatamente alla sanatoria, il recupero abitativo del piano sottotetto, ai sensi della specifica l.r. 15 novembre 2007 n. 33 della Puglia, ricevendo un diniego.

In primo grado il TAR aveva respinto il ricorso proposto contro il diniego ritenendo che l'intervento si dovesse considerare realizzato in difformità non parziale, ma totale dal titolo abilitativo, che pertanto la sanatoria, meglio detto la sanzione non demolitoria, di cui all'art. 34 comma 2 T.U. 380/2001 non fosse applicabile.

I giudici d'appello hanno invece ritenuto che:

  • la possibilità di applicare la sanzione pecuniaria va valutata nella fase esecutiva del procedimento di repressione dell'abuso, successiva ed autonoma rispetto all'ordine di demolizione: è per tal motivo che la norma viene a costituire, in sostanza, un'ipotesi ulteriore di sanatoria, denominata di solito "fiscalizzazione dell'abuso";
  • l'amministrazione, tenuta a decidere sull'istanza della ricorrente appellante, doveva valutare anzitutto se l'abuso costituisse effettivamente una "parziale difformità", e in caso positivo se effettivamente non potesse essere demolito senza pregiudizio per la parte conforme;
  • la norma del comma 2 ter non contiene una definizione normativa della parziale difformità, ma prevede una franchigia. In altre parole, intende stabilire non che ogni violazione eccedente il 2% considerato costituisce difformità totale, ma al contrario che le violazioni contenute entro tale limite sono irrilevanti;
  • in tal senso, è anzitutto un argomento letterale: il testo della norma, contenuta nell'articolo dedicato appunto alle conseguenze della "parziale difformità", stabilisce quando la stessa "non si ha", e quindi un caso in cui l'abuso esula;
  • nello stesso senso, è anche l'argomento storico: la normacè stata aggiunta in un momento successivo, con l'art. 5 del decreto legge 70/2011, cd. "Decreto sviluppo", il cui dichiarato scopo è "liberalizzare le costruzioni private", scopo rispetto al quale è congruo un regime, appunto, di franchigia, volto ad alleggerire gli oneri che gravano sul privato i costi della sanzione applicata a qualsiasi a difformità, anche fra le più lievi;
  • a identico risultato conduce l'argomento logico sistematico: se effettivamente il comma 2 ter contenesse la nozione normativa di parziale difformità, ne seguirebbe che sarebbe abuso, e comporterebbe in via principale l'ordine di rimessione in pristino, ogni difformità rispetto alle misure di progetto, anche la più lieve, con risultati pratici assurdi, di moltiplicazione e complicazione del contenzioso. 

La decisione conferma le conclusioni a cui eravamo giunti in questo commento al novellato art. 34: "Parziali difformità ex art. 34 TUE: la soglia del 2% secondo il DL Sviluppo", ossia che il legislatore nazionale, cui spetta dettare i principi fondamentali e generali dell'attività edilizia (art. 1 DPR 380/2001), ha ritenuto di non assoggettare a sanzione alcuna le variazioni al titolo comprese nella misura del 2% per altezza, distacchi, cubatura o superficie.

La sentenza n. 1481, 30 marzo 2017, del Consiglio di Stato è disponibile sul sito della Giustizia Amministrativa a questo indirizzo.

Formazione: autorizzazione paesaggistica semplificata e recupero dei vani e recupero dei vani e locali seminterrati esistenti

Data: 19 maggio 2017
Orario: ore 15,00 / 17,30
Luogo: Studio legale Spallino, via Volta 66, Como

Lo studio organizza un incontro dedicato:

  • al dPR 13 febbraio 2017 n. 31, recante l’individuazione degli interventi esclusi dall'autorizzazione  paesaggistica o sottoposti a procedura autorizzatoria semplificata, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, Serie Generale, n. 68 del 22 marzo 2017;
  • alla legge della Regione Lombardia 10 marzo 2017, n. 7, “Recupero dei vani e locali seminterrati esistenti”, pubblicata sul BURL, Supplemento n. 11 del 13 marzo 2017.

L'incontro si terrà venerdì 19 maggio 2017 presso lo studio legale Spallino (Como, via Volta 66). I posti disponibili sono limitati. Per i soggetti non clienti dello studio, verrà utilizzato un criterio di preferenza cronologica. La preferenza all'iscrizione verrà data ai clienti dello studio. Lo studio si riserva di spostare la sede dell'incontro in ragione delle richieste.

I posti disponibili sono esauriti.

Appalti sotto soglia: il principio di rotazione come strumento per l'effettività della concorrenza

Con sentenza n. 1336 depositata in data 8 marzo 2017 la sezione II del T.A.R. Campania si è occupata dell'applicazione del principio di rotazione previsto all'art. 36, comma I, del Codice degli appalti pubblici e dei contratti di concessione (D.lgs. 18 aprile 2016, n. 50) nell'ambito della disciplina dei contratti sotto soglia comunitaria.

Lombardia: legge per il recupero dei vani e locali seminterrati esistenti

E' in attesa di pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia la proposta di legge approvata dal Consiglio Regionale nella seduta del 28 febbraio 2017 e intitolata "Recupero dei vani e locali seminterrati esistenti".

Annullamento d'ufficio: il termine dei 18 mesi si riferisce ai provvedimenti emanati dopo l'entrata in vigore della novella

Con sentenza n. 1033 depositata in data 20 febbraio 2017, la Sezione II del T.A.R. Campania Napoli ha nuovamente affrontato il tema dell'ambito temporale di applicazione della legge n. 124/2015, che ha modificato il testo dell’art. 21-nonies della legge n. 241/1990 introducendo il limite temporale di 18 mesi per procedere all’annullamento d’ufficio di alcune tipologie di provvedimenti (tra cui gli atti autorizzativi).
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