E alla fine ce l'abbiamo fatta: è arrivato #PA.


Dopo più di 500 tra newsletter, interventi e materiali, i tempi erano maturi per separare articoli e materiali dal sito dello studio. I primi avevano raggiunto una loro maturità e chiedevano a gran voce di collocarli in uno spazio tutto loro. Abbiamo quindi deciso di riunire vecchio e nuovo in un unico ambiente, distinguendo definitivamente tra sito dello studio e pubblicazioni.

Ci siamo così rivolti a Ovosodo per la creazione di un CMS che ci facilitasse il lavoro di redazione e, perchè no, provare  a inventare qualche cosa di nuovo nel panorama dell'informazione giuridica: è nato #PA, all'indirizzo www.dirittopa.it, dove da oggi pubblicheremo articoli e post.

A voi il giudizio.

Elettromagnetismo: gli impianti di “Classe 1” sono compatibili con qualsiasi fondo elettromagnetico.

Con sentenza n.16/2018, pubblicata il 02/01/2018, il Consiglio di Stato ha chiarito il proprio orientamento in materia di attivazione di impianto trasmittente in tecnica digitale, appartenente alla “Classe 1” (non superiori a 0,6 V/m), ritenendolo compatibile con qualsiasi fondo elettromagnetico, quale che sia il suo sviluppo nel tempo, non aumentandolo per definizione; oltre ad essere irrilevante che il sito sia già inquinato. 

La vicenda prende spunto dall’istanza presentata, ai sensi dell’art. 87bis del D.Lgs. 259/2003 e ss.mm.ii., da un operatore televisivo alle PP.AA locali (Comune e ARPA), al fine di attivare un canale UHF in tecnica digitale, presso una infrastruttura per telecomunicazioni già esistente.

A seguito dell’istanza introduttiva dell’operatore, dove veniva precisato che l’attivazione del nuovo canale UHF, legittimamente concesso, sarebbe avvenuta senza alcuna modifica dei luoghi e che in nessun punto di misura nel territorio sarebbe stato possibile individuare un valore di campo elettromagnetico, prodotto dalla irradiazione del nuovo segnale, superiore a 0,6 V/m, pertanto rilevante ai fini della normativa sull’elettromagnetismo (L. 36/2001 e all. C) del D.P.C.M. 08/07/2003), essendo l’impianto conforme alle specifiche tecniche previste dalla norma CEI 211-2010, ARPA esprimeva un parere negativo sulla “compatibilità del progetto ai limiti e valori fissati dal D.P.C.M. 08/07/2003” dell’impianto di c.d. “Classe 1”: poiché risultava che nell’area circostante non si era ancora completato il pregresso ordinato risanamento conseguente ai rilevati superamenti dei valori di campo elettromagnetico di legge, oltre al fatto che l’attivazione del nuovo e richiesto impianto non risultava compatibile con una adeguata tutela della popolazione, anche se l’attivazione del nuovo impianto avrebbe prodotto un campo inferiore a 1/10 del limite applicabile, ossia 0,6 V/m.

Oltre a ribadire alcuni principi già consolidati in materia di applicazione del Codice delle comunicazioni elettroniche (D.Lgs. n.259/2003 e ss.mm.ii.), il caso in esame ha permesso, ai giudici di Palazzo Spada, di definire l’orientamento in tema di attivazione di impianto trasmittente in tecnica digitale, appartenente alla c.d. “Classe 1” (cfr.; CEI 211-2010 “Guida alla realizzazione di una stazione radio base per rispettare i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici in alta frequenza”). 

Con riferimento al rapporto tra normativa tecnica CEI e Codice delle comunicazioni elettroniche, l’art. 87, comma 3, del D.Lgs. 259/03 e ss.mm.ii. precisa che “L'istanza, … deve essere corredata della documentazione atta a comprovare il rispetto dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità, relativi alle emissioni elettromagnetiche, di cui alla legge 22 febbraio 2001, n. 36, e relativi provvedimenti di attuazione, attraverso l'utilizzo di modelli predittivi conformi alle prescrizioni della CEI”.

In applicazione del dettato legislativo, la sentenza in commento, ha infatti confermato che “gli artt. 87 ss. d.lgs. n. 259/2003, che assoggettano alla procedura autorizzatoria semplificata l’installazione di tutte le «infrastrutture per impianti radioelettrici» e la modifica delle caratteristiche di emissione degli impianti medesimi, per la loro formulazione generale e onnicomprensiva devono ritenersi applicabili a tutti gli interventi volti all’installazione e modifica di infrastrutture costituenti una rete di comunicazione elettronica, incluse le reti utilizzate per la diffusione dei programmi sonori e televisivi”. 

In relazione invece al campo di applicazione proprio della normativa tecnica, i giudici di Palazzo Spada hanno avuto modo di evidenziare come

Dal riferito quadro normativo emerge in modo chiaro e univoco che gli organi tecnici dell’amministrazione sono tenuti all’applicazione delle regole previste dalla normativa tecnica CEI 211-10 – comprese le regole che fissano i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici e i criteri di valutazione della rilevanza, o meno, di determinati nuovi impianti in funzione della verifica del rispetto di tale soglia –, a tutti gli impianti che generano campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici generali alle frequenze specificate nella disciplina normativa, ivi compresi gli impianti di irradiazione di segnali digitali televisivi”. 

 Il tutto in aderenza all’art. 14, comma 8, lett. d), del D.L. n. 179 del 18/10/2012, (convertito in L. n. 221/2012), che dopo aver fatto salve le disposizioni contenute nel D.P.C.M. 08/07/2003 – in attuazione della L. n. 36/2001 che fissa i limiti di esposizione, i valori di attenzione e gli obiettivi di qualità per la protezione della popolazione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici generali alle frequenze ivi specificate, applicabile anche agli impianti di irradiazione di segnali digitali televisivi –, stabilisce: "le tecniche di misurazione e di rilevamento dei livelli di esposizione da adottare e le tecniche di calcolo previsionale sono quelle indicate nella norma CEI 211-10”.

Analogamente hanno disposto le Linee Guida contenute nel Decreto del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare del 02/12/2014. Con riferimento poi alla ammissibilità dell’attivazione di un nuovo impianto di “Classe 1”, in una area già inquinata, i giudici d’appello hanno altresì riconosciuto l’ammissibilità dell’impianto “con qualsiasi fondo elettromagnetico, ai sensi del paragrafo 8.3. delle norme CEI 211-10, quale che sia il suo sviluppo nel tempo, non aumentandolo per definizione”; risultando in tal caso il “segnale … compatibile anche con la pendenza di azioni di risanamento, rimanendo sempre al di sotto della soglia di rilevanza del segnale stabilita dall’allegato C del D.P.C.M. del 08/07/2003”.

A completamento preme, ricordare che l’art. 3 del D.P.C.M 08/07/2003 (Decreto applicativo della L. 36/2001), all. B, tabella 2, assume in 6 V/m il valore di attenzione; mentre il par. 8.3 della citata norma tecnica CEI, prevede che “se l’impianto appartiene alla Classe 1, esso è sempre conforme ai limiti, indipendentemente dall’evoluzione nel tempo della situazione di campo elettromagnetico creata da altri impianti vicini”. L’allegato C del medesimo D.P.C.M. 08/07/2003 stabilisce altresì che nei siti, ove si superino i limiti di legge, “dall'insieme dei contributi da normalizzare devono essere esclusi i segnali che danno un contributo inferiore a 1/100” di 6 V/m (ovvero un contributo inferiore, per il calcolo quadratico, a 0,6 V/m). Infatti per la legge di Ohm, il valore del campo elettrico misurato in V/m è proporzionale alla radice quadrata della potenza misurata in watt.

Se si riduce pertanto la potenza di 1/100, si riduce conseguentemente il campo elettrico di 1/10. Ne deriva che gli impianti che producono segnali a tenue impatto elettromagnetico (cioè inferiore al 10% - ovvero ad 1/100 della potenza - del valore di attenzione pari a 6 V/m, stabilito dall’art. 3, DPCM 8 luglio 2003), sono sempre “irrilevanti” ed indistinguibili rispetto ad un qualsiasi fondo elettromagnetico. Mentre da ultimo e completamento il par. 2 del CEI 211-2010 prevede che “sulla base del potenziale impatto sull’ambiente circostante ed in particolare sul livello di esposizione che ne può risultare, si suddividono gli impianti, e quindi le SRB o le stazioni PMP, in classi di attenzione.”.

In tal senso appartengono pertanto alla c.d. “Classe 1” gli impianti che soddisfano, secondo il paragrafo (b), “in qualunque punto accessibile, il campo elettrico prodotto dalla sorgente in esame è inferiore al 10% del limite di esposizione applicabile” (i.e. 10% di 6 V/m = 0,6 V/m)”.
Se nessun punto all’interno del volume del 10% del limite di campo risulta accessibile, l’impianto appartiene alla classe di attenzione 1. Per determinare la superficie che contiene il volume al 10% del limite di campo occorre considerare solo il contributo dell’impianto analizzato”.

La sentenza del Consiglio di Stato n.16/2018 è disponibile sul sito della Giustizia Amministrativa al seguente indirizzo.

Chiusure e orari festività natalizie 2017

Vi preghiamo di prendere nota che nel periodo delle imminenti festività natalizie lo studio osserverà i seguenti orari:

  • 27, 28, 29 dicembre 2017: h. 8:30 / 12:00; pomeriggio chiuso;
  • 2, 3, 4, 5 gennaio 2018: chiusura.

Lo studio riaprirà con gli orari consueti lunedì 8 gennaio 2018.

SCIA: il silenzio sulla richiesta di annullamento è illegittimo

Nonostante la SCIA non sia un provvedimento, e quindi come tale non sia annullabile, il silenzio dell'amministrazione sulla istanza di annullamento in autotutela è illegittimo e l'istanza deve essere evasa, impregiudicati ovviamente gli esiti.

Con sentenza n. 1902 del 5 ottobre 2017 il TAR Lombardia, Milano, sezione II, affronta il caso di una istanza di riesame di una SCIA, sulla quale l'AC non ha provveduto affermando - in giudizio - che non trattandosi di un provvedimento non vi è nulla da annullare e quindi nessun riscontro da dare.

Ordinando all'AC a provvedere sull'istanza, il TAR Lombardia ha ricordato, con argomenti semplici ma efficaci, che:
  • un conto è il potere inibitorio puro, disciplinato dall'art. 19, comma 3, della l. n. 241/1990, a norma del quale l'AC può, "in caso di accertata carenza dei requisiti e dei presupposti di cui al comma 1", adottare motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell'attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi di essa nel termine di 30 giorni di cui al comma 6-bis;
  • un conto è il potere di autotutela, disciplinato dal comma 6-ter dell'art. 19 citato,  a norma, del quale "Gli interessati possono sollecitare l'esercizio delle verifiche spettanti all'amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l'azione di cui all'articolo 31, commi 1, 2 e 3 del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104".

Sul punto si veda anche la sentenza della stessa sezione n. 2799 del 2014 là dove si afferma che l’intervento inibitorio è da ritenere doveroso, e non soggetto al ricorrere dei presupposti propri del potere di autotutela, laddove la carenza dei presupposti della d.i.a. sia denunciata dal terzo, titolare di una posizione giuridica qualificata e differenziata, ai sensi del richiamato comma 6-ter del medesimo articolo 19. 

La sentenza 5 ottobre 2017 n. 1902 del TAR Lombardia, Milano, sezione II, è disponibile sul sito della Giustizia Amministrativa a questo indirizzo.

Consumo di suolo: strumenti, principali iniziative legislative, ddl De Girolamo e impatto sulla legislazione lombarda

L'attenzione del legislatore al tema del consumo di suolo nasce da una supplenza del diritto urbanistico a quello ambientale. L'attualità del tema si giustifica con una sensibilità diffusa ai temi ambientali e ai beni comuni. La risposta del legislatore regionale della Lombardia, depotenziata a seguito della novella del 2017, rischia di entrare in conflitto con l'iniziativa del legislatore nazionale. Il ddl De Girolamo, la cui struttura è identica a quella della l.r. 31/2014, mostra i difetti di un approccio al tema di stampo superato. Una corretta riflessione dovrebbe superare l'ambito squisitamente urbanistico e ambientale per giungere ad una rivisitazione del concetto di proprietà, i cui limiti sono dettati dalla funzione sociale delle stessa (art. 42 Cost.).

Contenimento del consumo di suolo, come risorsa non rinnovabile e bene comune
POF 20.10.2017 Camera dell'Insubria, Como
Avv. Prof. Emanuele Boscolo / avv. Lorenzo Spallino

Intervento avv. Lorenzo Spallino: strumenti, principali iniziative legislative, ddl De Girolamo e impatto sulla legislazione lombarda

Testo intervento:



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Diniego di autorizzazione paesaggistica: si impugna il provvedimento finale in uno con il parere e il contributo unificato è uno solo.

Il Consiglio di Stato specifica che, nel caso di rigetto di domanda volta ad ottenere il rilascio di autorizzazione paesaggistica, non vi è obbligo di impugnare autonomamente il parere della Soprintendenza. Questi va invece impugnato in uno con il provvedimento definitivo dell'ente locale titolare della delega, versando un solo contributo unificato.

Con sentenza n. 4369 del 18/09/2017, la sezione VI del Consiglio di Stato si è pronunciata in un ricorso finalizzato a contestare il parere paesaggistico negativo opposto in sede di rilascio di permesso di costruire, per l'esecuzione di opere di adeguamento funzionale e per la sistemazione esterna di un fabbricato.

Avverso l’atto della Soprintendenza l'interessata aveva proposto ricorso giurisdizionale innanzi al TAR Salerno, il quale con la sentenza n. 1575 del 16 settembre 2011, ha respinto tutte le questioni di merito, senza pronunciarsi su quelle procedimentali.

Ha appellato quindi l'interessata.

La Sezione rileva che, sulla base dei consolidati principi processuali da tempo affermati, è inammissibile il ricorso proposto contro un parere – ancorché esso sia vincolante – quando non sia impugnato anche l’atto conclusivo del procedimento e tale principio trova applicazione anche quando si tratti del procedimento disciplinato dall’art. 146 del codice approvato con il Dlg 42/2004 (Cons. St., VI, 18 luglio 2017, n. 3523, § 6).

Costituisce infatti ius singularis, non suscettibile di applicazione analogica, la disposizione che, in deroga al principio generale, preveda l’immediata impugnabilità di un parere, come previsto ad es. dall’art. 211, comma 1, del d.lg. n. 50 del 2016, come modificato dal d.lg. n. 56 del 2017 (Cons. St., VI, 12 settembre 2017, n. 4315, § 8.2.).

Il che a dire – nel caso di rigetto dell’istanza di autorizzazione paesaggistica – vi è l’onere di impugnare congiuntamente l’atto comunale conclusivo del procedimento e il parere negativo presupposto (con il versamento per una sola volta del contributo unificato), mentre non vi è l’onere di impugnare immediatamente il parere negativo e successivamente l’atto conclusivo del procedimento (il che comporterebbe, in ipotesi, il versamento per due volte del CU stesso).

La  sentenza 18/09/2017 n. 4369 della sezione VI del Consiglio di Stato è disponibile sul sito della Giustizia Amministrativa a questo indirizzo.

Piccoli comuni: approda al Senato il DDL 889

Approvato alla Camera nel settembre 2016, sta per approdare al Senato il DDL n. 889 "Disposizioni per il sostegno e la valorizzazione dei piccoli comuni e la riqualificazione delle aree rurali e montane italiane".

Numerose le disposizioni per i 5.585 comuni italiani con popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, di cui 1.055 in Regione Lombardia, ossia il 70% dei 1.523 comuni lombardi.

Al di là del fondo da 100 milioni di euro, attivo dal 2017 al 2023, finalizzato a finanziare gli investimenti, il disegno di legge contiene diverse disposizioni in materia di acquisizione di beni dello Stato, sanità pubblica, istruzione, servizi essenziali, valorizzazione dei prodotti agroalimentari tradizionali, programmi di e-government, servizi postali e programmazione televisiva pubblica, servizi idrici e gestione del demanio idrico, incentivazione alla residenza e appalti.

Tra questi, la previsione contenuta nell'art. 3, comma 9, del DDL, secondo cui nei piccoli comuni e nelle loro unioni, per le opere pubbliche di importo fino a 1 milione di euro, le stazioni appaltanti possono ricorrere alla licitazione privata con procedura semplificata.

Il testo del DDL 889 è disponibile sul sito del Senato a questo indirizzo.

Infrastrutture di reti pubbliche: nuova categoria catastale

Dopo un lungo e articolato percorso anche normativo, l’Agenzia delle Entrate, con circolare n. 18/E, del 8 giugno 2017, ha costituito una nuova categoria catastale denominata F/7 –Infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione, senza l’attribuzione della rendita. 

Alla luce delle novità introdotte dal D.Lgs. n. 33/2016, il novellato art.86, comma 3 del D.Lgs. n.259/2003 prevede che “Gli elementi di reti di comunicazione elettronica ad alta velocità e le altre infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione, di cui agli articoli 87 e 88, nonché le opere di infrastrutturazione per la realizzazione delle reti di comunicazione elettronica ad alta velocità in fibra ottica in grado di fornire servizi di accesso a banda ultralarga, effettuate anche all'interno di edifici, da chiunque posseduti, non costituiscono unità immobiliari ai sensi dell'articolo 2 del decreto del Ministro delle finanze 2 gennaio 1998, n. 28, e non rilevano ai fini della determinazione della rendita catastale.

Rispetto alla previgente disciplina, il D.Lgs. n. 33/2016, ha pertanto escluso in modo definitivo dal concetto di “unità immobiliare” le infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione.

A seguito della novella legislativa, con circolare n. 18/E, del 8 giugno 2017, L’Agenzia delle Entrate ha pertanto ridefinito la procedura e la nuova categoria, senza attribuzione di rendita, da assegnare alle infrastrutture di rete pubblica di comunicazione.

Per le infrastrutture che risultano già censite in catasto è, pertanto, possibile, a decorrere dal 3 luglio 2017, presentare un atto di variazione delle scritture catastali ai senso del decreto del Ministero delle Finanze n. 701 del 19 aprile 1994 (modifica della procedura c.d. Docfa) per variare la vecchia categoria catastale (con rendita) e attribuire la nuova categoria F/7 (senza rendita).

Per le nuove realizzazioni, dal 1 luglio 2016, l’iscrizione in catasto (sempre in categoria F/7) è invece una facoltà e non più un obbligo; favorendo e superando in tal modo anche le note difficoltà nel caso di stipula di atti aventi ad oggetto il passaggio di proprietà o la costituzione di diritti reali sulle infrastrutture di reti pubbliche di comunicazione.

Resta fermo, invece, l’obbligo di dichiarazione in catasto dei fabbricati o porzioni di fabbricato con una destinazione d’uso non strettamente funzionale alle reti di comunicazione, come uffici, alloggi, autorimesse, magazzini, ecc., da censire nella apposita categoria, con attribuzione di rendita.

La circolare n.18/E del 08/06/2017, dell'Agenzia delle Entrate è disponibile al seguente indirizzo:

Diniego di permesso di costruire: ammissibile la domanda di condanna al rilascio del titolo

Con sentenza n. 392 del 14 marzo 2017 il TAR Toscana accoglie la domanda di condanna di una amministrazione comunale al rilascio del titolo edilizio negato.

Interessante decisione del TAR Toscana che muovendo dall'art. 30, c. 1, e 34, c. 1, lettera c), del codice del processo amministrativo, ritiene accoglibile la domanda di condanna della A.C. al rilascio di un titolo edilizio che la stessa sentenza dichiara illegittimamente negato.

Due i presupposti e al tempo stesso i limiti della domanda:

  • l'assenza di profili di discrezionalità in capo alla pubblica amministrazione;
  • la contestualità della domanda di condanna con la domanda di annullamento.

La decisione costituisce conferma dell'importanza delle novità contenute nel codice del processo amministrativo orientate all'efficacia della tutela giurisdizionale.

Abusi edilizi e rilevanza del decorso del tempo: una "terza via"?

Con sentenza 30 giugno 2017, n. 3210, il Consiglio di Stato dichiara la legittimità di un'ordinanza di demolizione intervenuta a decenni di distanza dalla realizzazione dell'immobile abusivo, affermando l'irrilevanza del decorso del tempo dalla commissione dell'abuso nei confronti del potere repressivo della P.A., potendo al più rilevare (al fine di esigere dall'Amministrazione una motivazione aggravata del provvedimento) il tempo trascorso dall'accertamento dell'abuso alla notifica dell'ordinanza di demolizione.

Nel silenzio della legge (cfr. in particolare artt. 27 e 31 D.P.R. n. 380/2001), che nulla dice al riguardo, il decorso del tempo dalla realizzazione dell'abuso non sana né mitiga l'abusività dell'opera e non scalfisce in alcun modo il potere sanzionatorio riconosciuto alla P.A., espressione di un interesse pubblico al ripristino della legalità violata, che deve ritenersi legittimamente esercitabile anche a distanza di anni dalla costruzione del manufatto abusivo, fosse anche nella misura di alcuni decenni. 

Alla luce di ciò, giurisprudenza amministrativa tuttora maggioritaria ritiene che un'ordinanza di demolizione di manufatto realizzato in epoca risalente non necessiti di forme o motivazioni particolari, essendo in re ipsa l'interesse pubblico alla rimozione dell'abuso, sicché il provvedimento può legittimamente limitarsi ad indicare l'opera e l'assenza di titolo abilitativo alla sua realizzazione per comminare la sanzione demolitoria (ex multis Cons. Stato, IV, 12 ottobre 2016, n. 4205; ib., VI, 10 settembre 2015, n. 4222).

Negli ultimi anni si è tuttavia fatto strada un orientamento che, nel caso di abusi risalenti nel tempo, su porzioni limitate dell'immobile, realizzati da soggetto diverso dall'attuale proprietario di buona fede, richiede, pur senza negare la natura vincolata del provvedimento repressivo e l'attualità dell'abuso, che l'ordinanza di demolizione sia motivata sotto lo specifico profilo della sussistenza dell'interesse pubblico alla messa in pristino dello stato dei luoghi.
In tali “casi limite” non sarebbe pertanto sufficiente la presa d'atto dell'abuso per giustificarne la demolizione, ma occorrerebbe dare atto della prevalenza, nella situazione specifica, di un interesse generale al ripristino rispetto al contrapposto interesse privato al mantenimento del manufatto, forte dell'affidamento ingenerato dal trascorrere del tempo senza alcuna contestazione sulla legittimità dell'opera e dalla buona fede dell'attuale proprietario, estraneo alla realizzazione dell'abuso (Cons. Stato, IV, 4 febbraio 2014 n. 1016; ib., V, 15 luglio 2013, n. 3847; ib., VI, 5 gennaio 2013, n. 13; ib., VI, 18 maggio 2015, n. 2512; TAR Calabria, sede di Catanzaro, I, 14 ottobre 2011, n. 1356, commentata a questo indirizzo).

Da ultimo, la sezione VI del Consiglio di Stato, preso atto dei due differenti orientamenti emersi e ritenendo sussistere un contrasto giurisprudenziale sul tema, ha rimesso la questione all'Adunanza Plenaria (Cons. Stato, VI, ord. 24 marzo 2017, n. 1337, citata in questo commento).

Sinteticamente esposti i termini del dibattito tuttora in atto, la pronuncia qui in esame si distingue per aver aggiunto un nuovo spunto di riflessione al tema.

La vicenda riguarda l'impugnazione di un'ordinanza di demolizione di una tettoia abusivamente realizzata negli anni Settanta dal precedente proprietario dell'immobile, di cui viene dedotta l'illegittimità, tra l'altro, per la mancata indicazione dell'interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione dell'opera.

Il Collegio, dichiarando espressamente di aderire all'orientamento secondo cui “la risalenza nel tempo dell'opera, di per sé, non incide sul potere di repressione dell'abuso da parte della P.A., sicché in sede di emissione dell'ordinanza di demolizione non si richiede alcuna specifica valutazione delle ragioni d'interesse pubblico (…)”, aggiunge tuttavia un'importante specificazione.

Ossia che “il passaggio del tempo eventualmente rilevante al fine di esigere una motivazione rafforzata, estesa all'interesse pubblico, va calcolato tutt'al più con riferimento al 2010, ossia all'epoca del sopralluogo effettuato dalla Polizia municipale, in occasione del quale venne effettivamente rilevata la realizzazione del manufatto”

Non sarebbe quindi il protrarsi negli anni della situazione abusiva ad ingenerare l'affidamento del privato che in buona fede la ignorava, quanto piuttosto il protrarsi dell'inerzia dell'Amministrazione, a seguito dell'accertamento dell'abuso, ad attivare il potere repressivo.

Solo al ricorrere di tale seconda eventualità, secondo la pronuncia in rassegna, potrebbe ritenersi sussistente un affidamento del privato, tutelabile a mezzo di un onere motivazionale aggravato in capo alla P.A., chiamata a dare conto dell'attualità e concretezza dell'interesse pubblico alla demolizione.

Nel caso di specie, il decorso di cinque anni dal momento in cui l'abuso è stato accertato a quello in cui è stata emanata l'ordinanza di demolizione non è, ad avviso del Collegio, sufficiente a far sorgere in capo al privato un affidamento tutelabile.
           
Tra l'opzione che dà rilevanza al tempo trascorso dall'abuso e quella che la nega, la presente sentenza sembra indicare una terza soluzione, in cui il decorso del tempo ha un rilievo, ma a partire dal momento in cui la situazione di illegalità viene cristallizzata (per la P.A. e per il privato) nel verbale di sopralluogo che accerta l'abuso.

La sentenza del Consiglio di Stato 30 giugno 2017, sezione VI, n. 3210, è disponibile al seguente link

Agosto 2017: orari e date chiusura studio.

Si comunica che nel mese di agosto lo studio sarà aperto fino a giovedì 3 agosto compreso e riaprirà lunedì 28 agosto.

Nei giorni di apertura di agosto, lo studio effettuerà il seguente orario: h. 9,00 / 13,00, con chiusura pomeridiana.
Ricordiamo che il 31 agosto, lo studio resterà chiuso per la festività di S. Abbondio.

Per urgenze, scrivere agli indirizzi di posta elettronica dei singoli professionisti.

Lo studio augura a tutti un sereno periodo di ferie.

D.Lgs. n. 33/2013: circolare n. 2/2017 Funzione Pubblica

Con circolare 30 maggio 2017 n. 2/2017 la Funzione pubblica ha  ritenuto opportuno chiarire i dubbi di naturale procedurale legati alla riforma del diritto di accesso con riferimento alla introduzione dell’accesso civico “generalizzato”.

La circolare non dirime, in tema di silenzio assenso, la questione del rito, se cioè ex art.116 cpa (come ritiene ANAC) o 117 cpa (come ritengono diversi autori).

La circolare è disponibile sul sito della Funzione Pubblica a questo indirizzo.

Piano Territoriale d'Area Media e Alta Valtellina: il TAR Lombardia annulla diverse previsioni

Con sentenza n. 1659 del 6 luglio 2017 il TAR Lombardia, Milano, sezione IV, ha in parte accolto il ricorso dei Comuni di Livigno e Valdidentro annullando diverse previsioni del Piano Territoriale d'Area ^Media e Alta Valtellina^ (PTRA).

Notifica a mezzo PEC a pubblica amministrazione non iscritta al registro D.L. 179/2012

In difetto di iscrizione dell'indirizzo pec al registro PP.AA. formato dal Ministero della Giustizia, la notificazione del ricorso deve essere eseguita solo con le modalità cartacee.
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